- Scritto da Redazione
- Sabato, 08 Febbraio 2025 07:15
di Walter De Stradis
Francesco Potenza è un cinquantaduenne d'aspetto imponente, con la testa glabra, le sopracciglia folte e il sorriso pulito. Gli occhi chiari gli si inumidiscono quando parla del ricordo lasciato in città dal padre Domenico, avvocato come lui, sindaco di Potenza nel post-dissesto, dal 1995 al 1999. Francesco l’abbiamo voluto incontrare, tuttavia, nella sua veste di poeta (ha pubblicato tre libri, è presente in numerose antologie e ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti), in qualità dunque di esponente di una “nuova scena” che –anche grazie all’uso dei social- si sta affermando nella città capoluogo di regione.
d - Ci può essere poesia anche nell’avvocatura, o sono due mondi incompatibili?
r - Beh, poesia nell’avvocatura sembra un po’ un paradosso, ma diciamo che forse ha un quid in più quel legale che impronta i propri pensieri, la propria attività, “ad humanitas”. In qualche maniera, la letteratura, la poesia, aiutano una certa forma mentis, che anche il legale dovrebbe avere, o ci si augura che abbia. Ci può dunque essere una compatibilità tra i due mondi.
d - Nel suo caso, è nato prima il poeta o l’avvocato?
r - Difficile dare una risposta. Da un punto di vista meramente cronologico, sin dalle elementari mi ha accompagnato l’amore per i poeti, italiani e stranieri; con gli studi universitari è subentrato anche l’amore per la legge, amore che devo comunque alla figura di mio padre, avvocato per tanti anni.
d - Qual è stato il suo principale insegnamento?
r - Mio padre mi diceva tante cose a proposito della professione. C’è però una frase che mi è rimasta dentro, e che ho riportata anche in un mio scritto: «I fascicoli sono persone». Vale a dire, dietro quelle carte, ci sono dei respiri, delle vite, che vanno rispettate. Il suo ordine maniacale nel riporre i fascicoli nell’armadio, rispecchiava quell’umanità che, spero, in parte, di aver ereditato.
d - A dispetto di un luogo comune che vuole una città-capoluogo piuttosto “arida” culturalmente, a quanto pare esiste una fervida scena di poeti potentini. Penso anche a Oreste Lopomo, Francesco Cosenza, Vito Viglioglia…
r - …Claudio Brancati (anch’egli avvocato e poeta), Andrea Galgano, Angelo Parisi, Lorenza Colicigno, Ione Garramone, Alberto Barra…ci sono tanti bravissimi poeti, e questo amore si respira anche sui social, in questa forma ibrida e moderna di trasmettere sentimenti.
d - Si può dire che esiste un "cenacolo" potentino?
r - Non saprei se definirlo "cenacolo" o meno, ma certamente c’è un movimento, che sta nascendo.
d - Quali sono i rapporti tra di voi? Sa, la nostra è anche la città dei “giardinetti” che spesso ciascuno tende a coltivare in solitaria. C’è competizione? Vedo che alcuni di voi spesso postano sui social foto di enormi coppe vinte ai concorsi di poesia, e sembra che siate reduci da un qualche torneo di tennis.
r - (Ride) Sì, in effetti io sono uno di quelli. Ma, sa, essendo tifoso della Fiorentina, e come tale vincendo ben poco, almeno qualche volta mi posso esibire con un qualche bel trofeo! Tornando seri, beh, io ho rapporti di amicizia con quasi tutti, con alcuni di quei poeti siamo amici fraterni. Ultimamente ho partecipato a questo volume collettivo, “Jazz Club”, che ha coinvolto alcuni di noi poeti lucani e poi adesso c’è una forma “polifonica” di approcciarsi alla poesia, non più individualistica. Ciò che ci lega è l’amore per la cultura e per la bellezza.
d - E invece come venite percepiti in città? C’è ancora quella visione che vuole la poesia da un lato come una forma d’arte elitaria, o dall’altro come un genere in cui ci si infilano un po’ tutti?
r - Sono consapevole che un poeta, o un sedicente tale, possa essere percepito in maniera particolare, ci sta, comunque si avverte in città l’avvicinarsi di molte persone a questo mondo, grazie a coloro che lo praticano. La cosa più bella nello scrivere poesie non è partecipare ai concorsi, vincere trofei o vendere migliaia di libri (beh, se accadesse non sarebbe male), ma l’essere letti, riuscire a comunicare qualcosa.
d - Il famoso “scrivere per se stessi” è dunque una coperta del soldato.
r - Può anche esserci, all’inizio, ma se poi non c’è un messaggio che arriva a qualcuno, si rimane nel proprio limbo. Personalmente, per quanto riguarda la mia esperienza di “amante della poesia”, più che di “poeta”, mi sento felice quando qualcuno mi fa sapere che un mio verso gli è rimasto impresso, perché magari lo ha riportato a qualcosa. In quel momento mi sento felice.
d - Quindi, “tutto bene madama la marchesa”? L’ambiente culturale potentino la soddisfa o ritiene, magari, che ci potrebbero essere più spazi, occasioni e attenzioni?
r - Cerco di vedere le cose in positivo, è nella mia natura. Gli spazi per chi ama la poesia ci sono, e credo anche le occasioni, un po’ per tutti; penso al Polo Bibliotecario (con l’ottimo direttore Luigi Catalani), al Jazz Club, al Palazzo della Cultura. E potrebbero anche esserci nuovi spazi, certo, e me lo auguro.
d - Lei pensa positivo, ma io voglio farle dire una cosa cattiva. Anzi, facciamo così: mi dica qual è l’aspetto più poetico della nostra città, e poi quello meno poetico.
r - L’aspetto più poetico a mio avviso è legato alla natura, alla bellezza del posto, ai paesaggi, alla possibilità di vedere queste montagne che ci circondano, magari innevate. L’aspetto meno poetico, ahimè, è legato ai problemi che affliggono la nostra città. Io un pensiero ce l’ho sempre per i giovani; vorrei che ci fossero sempre più spazi per loro, che non si sentissero più soli e senza motivazioni. Spero ci possa essere un aspetto poetico sempre crescente anche per loro, senza dimenticare – ovviamente- gli anziani. Spero si possa, intanto, costruire in questa città, perché il rischio spopolamento c’è –diciamocelo- al pari di tanti problemi che non sto qui a elencare. Bisogna cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma i ragazzi bisogna comunque coinvolgerli, nel mondo della cultura, dello sport e certamente in quello del lavoro.
d - C’è il titolo di una poesia, sua o di un altro autore, che potrebbe adattarsi al momento vissuto dalla nostra città e dalla nostra regione?
r - Una mia poesia a cui tengo molto, anche perché dedicata a mio padre, è “Domani”. Ecco, sempre in un discorso di prospettive future, spero che anche per noi ci sarà un bel domani. Citando un altro autore, direi “Sognai”, di Evtušenko. In questo sogno del poeta c’è la possibilità che tutti possano avere pari condizioni e opportunità per vivere ed esprimere se stessi.
d - Chiudiamo con un passaggio su suo padre, Domenico, che è stato anche sindaco di Potenza. Quando ho avuto modo di parlarne con alcuni cittadini, ho spesso sentito ripetere «una brava persona». Brave persone lo sono state e lo sono anche gli altri, ma perché, secondo lei, è la prima cosa che dicono di suo padre? E’ stato anche un buon politico o magari viene ricordato soprattutto per la sua umanità?
r - Sottoscrivo, non senza un pizzico di orgoglio: papà era sicuramente una brava persona. Mi è rimasto il suo grande senso dell’umorismo, quella sua grande capacità, carismatica, di ridere e far ridere gli altri con una battuta. Era una persona di profonda moralità e umanità, riconosciuta dai clienti, ed è una cosa che ancora adesso mi emoziona. Come politico? Sicuramente, come sindaco, era “nuovo”, ma credo che abbia fatto bene; specie nel momento storico (1995-99) in cui si è trovato, e con i mezzi che aveva la nostra città. Credo abbia fatto tutto quello che si poteva fare per ridare dignità al capoluogo.
d - Potrà mai rispondere, lei, a quel tipo di chiamata?
r - Al momento, non è nei miei progetti. L’esperienza di mio padre l’ho vissuta con grandissimo entusiasmo, all’inizio, nella fase delle elezioni; tuttavia, essendo papà una persona sensibile, ho vissuto anche la sua amarezza, alla fine di quella esperienza (pur rimanendo sempre amato e ben voluto dai cittadini, anche come amministratore). E forse ho ereditato anche quella sensazione, per cui, non mi sentirei pronto a vivere un’avventura politica.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 01 Febbraio 2025 07:18
di Walter De Stradis
E’ parroco della chiesa di “SS. Pietro e Paolo” da meno di cinque anni, ma lui in quel quartiere (Rione Francioso, a Potenza) c’è cresciuto, e quella parrocchia l’ha vista nascere, a metà anni Settanta. Prima di entrare in seminario, ci racconta, ha lavorato a lungo, cominciando da ragazzino, come garzone in una salumeria. Don Antonio Palo, insomma, è uno che la vita la conosce bene, e forse anche per questo, da ben quindici anni, è protagonista di un intenso dialogo con i ragazzi dell’Istituto Penale Minorile di Potenza, ove ricopre il non facile ruolo di cappellano.
d - Una decina di anni fa, da cappellano della chiesa “del Risorto”, situata presso il cimitero di Potenza, lei salì agli onori della cronaca per avervi celebrato un battesimo. Sempre in quel periodo, un’altra notizia che la riguardò fu il suo rimprovero rivolto a una giovane che si era presentata al cimitero indossando dei pantaloncini, a suo dire, troppo corti.
r - Senza arrabbiarmi, le feci notare che non era opportuno presentarsi così. E oggi lì non farei solo un battesimo, ma anche dei matrimoni. In realtà già allora molte coppie me lo chiedevano; io facevo presente che, in quella location, le foto non sarebbero state il massimo, e loro ribattevano che il matrimonio sarebbe avvenuto in una chiesa, e non al cimitero. E magari per loro era anche un modo di omaggiare i parenti che riposavano nei pressi. Ho però dovuto sempre declinare, per ragioni burocratiche (la chiesa all’interno del cimitero monumentale fa comunque parte della parrocchia di San Rocco).
d - E in merito alla questione del vestirsi in modo “appropriato” nei luoghi di culto, la situazione è peggiorata secondo lei?
r - Sì, tantissimo. Non ho bisogno di andare al cimitero per ritrovarmi in simili circostanze. Di solito, con educazione, faccio notare che c’è una sacralità (anche se in quel famoso caso i giornalisti gonfiarono). Ma, come accennavo, oggi è sufficiente recarsi a un matrimonio, o che il termometro salga sopra i ventitré gradi, affinché anche nella messa domenicale “si sfori”. E io la ringrazio della domanda. Pensi che oggi, nella mia chiesa, ci sono signore ortodosse dell’est, badanti, che durante la messa indossano il velo.
d - E lei se lo aspetta anche dalle parrocchiane del quartiere?
r - Non è che me lo aspetto, ma sarebbe bello. Da un velo in testa, capisci che c’è una coscienza del sacro: non puoi presentarti in mezze maniche. Non c’è nulla di cattivo, di rigoroso o di estremista in questo mio desiderio. anzi, se dovesse succedere, sarebbe un richiamo anche per me. Non lo chiedo, ma mi farebbe piacere.
d - Lei, da quindici anni, è anche cappellano al carcere minorile…
r - “PIM, Istituto Penale per i Minorenni”. Sostituisce quello che una volta era il riformatorio di Avigliano.
d - C’è una cosa che, in tutti questi anni, i ragazzi hanno insegnato a lei?
r - Una cosa sola sarebbe poca. Sa, all’inizio della detenzione, sono tutti ancora un po’ “infuocati”, però poi, a un certo punto, ti fanno capire cos’è la paternità. Proprio così. Loro la cercano, questa figura, perché probabilmente non l’hanno avuta. E questa cosa contrasta un po’ col prete messo sempre un po’ alla gogna perché “non sa cosa vuol dire essere genitori”. I ragazzi che sono lì detenuti, ti aspettano, e tu capisci qual è la responsabilità dell’esser padre: attendono una tua parola, e tu gliela devi dare. Magari il giovane ti racconta per dieci volte la stessa cosa, ma da te si aspetta una risposta diversa ogni volta, e tu gliela devi dare. Per me è una vera e propria presa di coscienza, questa.
d - Immagino intrattenga anche rapporti con ragazzi che sono usciti e sono diventati adulti.
r - Certamente. Tenga conto che si esce da un percorso fatto di lavoro di equipe (a cominciare dalla direttrice Angela Telesca, per arrivare alle educatrici e agli agenti di polizia penitenziaria). La cosa più simpatica è che, una volta che sono usciti fuori, ti capita di incontrarli “da uomo a uomo”, per prendere un caffè al bar. Non pensavi mai potesse accadere, e invece sei lì al bar a parlare, non del passato, ma del presente e del futuro. E magari, in quella occasione, se prima non l’avevano fatto, loro prendono piena coscienza di cosa significa essere un sacerdote e di tutti gli impegni che questo comporta.
d - Sono episodi che rappresentano la speranza.
r - Eccome. Specie in un mondo che getta la spugna. Con loro, per la verità, non è sempre facile, e possono scoraggiarti, ma io mi dico: se non porto loro la speranza, che ci vado a fare?
C’è un luogo comune, su questi ragazzi, che si può sfatare?
r - La ringrazio anche per questa domanda. Innanzitutto le parole sono importati: io parlo sempre di “istituto” e mai di “carcere”. Poi ci sono i ragazzi che hanno maturato la possibilità di avvalersi di alcuni permessi e vanno a lavorare fuori: tuttavia mi dicono sempre che si sentono percepiti come dei "detenuti messi alla prova", a mai come "camerieri", "muratori", etc. Questo è da sfatare. Per me sono “i ragazzi”, per voi fuori sono “i detenuti”. Già cambiando il linguaggio, si può infondere speranza.
d - Veniamo alla situazione del suo quartiere, rione Francioso. I costanti report della Caritas diocesana (Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo) parlano in generale di una povertà “sociale” in crescita, vale a dire solitudine e abbandono.
r - Nel quartiere c’è un alto tasso di persone anziane, in pensione, che stanno a casa. Ahimè, di funerali ce ne sono. La prima generazione del quartiere –nella quale sarebbe stato compresa mio padre- ormai sta sparendo. Io abito nel quartiere dal 1968 e lo conosco come le mie tasche, al pari della storia della chiesa. Registro però una sorta di ritorno: le tante case sfitte o vuote cominciano a essere vendute. Attualmente ho ottanta bambini al catechismo. Ciò, però, non toglie il problema degli anziani soli, che sono quelli con i figli andati via da Potenza. A volte finiscono nelle case di riposo. Nella nostra parrocchia, l’assistenza Caritas c’è, ma aiutiamo anche persone che provengono da altri quartieri (anche perché siamo in contatto con le parrocchie vicine). C’è poi il discorso “dignità”: ci sono dei casi di indigenza, ma non vengono fuori, anche se noi abbiamo un centro di ascolto con operatori professionali. A volte, c’è anche una cattiva gestione della povertà: capita di imbattersi in persone che chiedono aiuto, e però poi scopri che in casa hanno una Tv 55 pollici da milleduecento euro. Il fatto che lo paghino a rate non cambia di una virgola il discorso. E allora, di fronte a tali situazioni, devi fare il "muso duro", e ne esci pure con le rossa rotte, perché poi ti accusano di non voler aiutare.
d - Alla politica locale, invece, cosa chiederebbe?
r - Beh, basta arrivare alle otto di mattina, per capire che in piazza Francioso c’è un problema parcheggi. Il Comune ha investito nei giardinetti di Via Nazario Sauro, ma attorno alle dieci di sera, è possibile vedere dei diciottenni che ci giocano e che prima o poi li romperanno. Si rende quindi necessaria la manutenzione (e una telecamera), ma anche creare una coscienza. E come si fa? Certi genitori mi portano i bambini al catechismo, ma esigono che escano prima per non fare tardi al calcetto! Sa, il figlio deve diventare titolare, e allora…
d - Adesso diranno che la chiesa dà la colpa alle famiglie.
r - Non do colpe, ma guardi, alcuni genitori mi contestano i quindici euro per l’iscrizione al catechismo (comprensiva di colori, carta, materiale ludico), ma poi spendono centottanta euro al mese per far giocare i figli al pallone.
d - Concludiamo con qualcosa da dire al governo regionale.
r - Senta, abbiamo innanzitutto stravolto i nostri confini naturali (“Vallo della Lucania” non si chiama così tanto per, e discorso simile si può fare per la “Gravina” di Matera). Ma ormai, quando si parla di Potenza, si parla di Campania, e con Matera si parla di Puglia. E pertanto, se dico alla politica lucana “Ridateci la nostra Basilicata!”, ci fanno una bella pernacchia in faccia. Quindi, cosa chiedere più alla politica? Hanno scavato la Val D’Agri…e quando i petrolio sarà finito cosa ci rimarrà dei pozzi? Chi andrà più a piantare da quelle parti? Eppure questa era stata un’esperienza già collaudata come fallimentare, basti pensare a Pisticci, alla Liquichimica di Tito Scalo. Non contenti, abbiamo scavato la Val D’Agri per il petrolio. E adesso, lei, mi domanda “cosa chiedo alla politica???”.
- Scritto da Redazione
- Lunedì, 27 Gennaio 2025 18:56
“E’ con grande soddisfazione che accolgo la notizia della presenza di due donne particolarmente valenti e capaci, Maria Rosaria Sabia e Margherita Sarli, fra i nuovi vertici degli enti sub-regionali individuati dalla giunta presieduta dal governatore Vito Bardi.
Si tratta di due figure di conclamata professionalità e rimarchevole senso delle istituzioni.
Maria Rosaria Sabia, chiamata alla guida dell’Arlab (Agenzia regionale Lavoro e Apprendimento), è stata dirigente regionale all’Ufficio Politiche per il lavoro della Regione Basilicata e nella sua carriera professionale ha maturato una notevolissima esperienza, che l’ha vista curare l’elaborazione e la divulgazione di studi e pubblicazioni sull’andamento del mercato del lavoro locale e predisporre note informative e approfondimenti tematici.
Margherita Sarli, neo direttrice generale dell’Apt (Agenzia di promozione territoriale), è una nota giornalista professionista, organizzatrice, curatrice e moderatrice di un gran numero di eventi regionali volti alla promozione del territorio. E’ inoltre autrice, social media manager e vanta un decennio di attività nel ramo della comunicazione e delle relazioni istituzionali.
Tuttavia, la soddisfazione per queste due nomine si accompagna allo sdegno e al rammarico dovuti ad alcune stucchevoli polemiche, consumatesi anche a mezzo stampa, circa la vicinanza sentimentale della dottoressa Sarli a un importante esponente della politica regionale. Ritengo, senza mezzi termini, che sia da Medioevo, e cioè degno dei secoli bui, etichettare o bollare la nomina di una rispettata professionista, esclusivamente perché questa è, o è stata, legata sentimentalmente a una persona che ricopre cariche politiche. Va da sé, che se passasse questo principio, equivarrebbe a negare a priori alle persone capaci, e di conseguenza ai territori interessati, la possibilità di svolgere ruoli apicali e fondamentali per la propria terra. Francamente, sorprende dover ancora assistere nel 2025 a simili polemiche, sterili, ma preconcette, che cercano appigli nel gossip più trito, laddove non ne trovano nella sostanza dei fatti.
Il faro guida in tali ambiti, come già dimostrano le citate nomine effettuate dalla giunta regionale, deve essere quello della competenza e il comune sforzo deve costantemente andare nella direzione di favorire le donne nell’ascesa ai posti apicali, per vincere il divario di genere, contrastando, si spera una volta per tutte, gli stereotipi e i pregiudizi”.
Lo dichiara la Consigliera regionale di parità, Ivana Pipponzi.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 25 Gennaio 2025 07:15
clikka sulla foto per guardare il video di LUCANIA TV
di Walter De Stradis
«D |
islessia: semplicemente un differente modo di imparare, che all’inizio si manifesta anche come un apprendimento lento. E’ come se una persona dovesse imparare a guidare avendo a disposizione un’auto di Formula Uno e strade tortuose».
E’ quanto ho modo di leggere sulla brochure che mi ha consegnato, poco prima del pranzo, Marcella Santoro, una signora gioviale e loquace, presidente dell’AID, Associazione Italiana Dislessia, per la Basilicata.
d - Vorrei partire dai contenuti di un video che è diventato virale sui social, In questa clip, il presentatore Flavio Insinna, se ben ho interpretato, sostiene che l’uso ad ogni costo di un linguaggio “politicamente corretto” (“ragazzi speciali” etc.), in riferimento alle persone che vivono un disturbo, può far passare in secondo piano il fatto che “c’è bisogno di aiutare”. Cosa ne pensa?
r - Non ho visto il video, ma bisogna capire cosa significhi “bisogno di aiuto”. Nel caso della dislessia si parla di persone normalissime. Nel 1998, aderendo all’AID, sono stata la prima iscritta della Basilicata, perché ho un figlio dislessico, che sicuramente ha un diverso modo di apprendere, però come tutti noi, del resto. Non è né “speciale”, nè "handicappato", quindi, ma una persona che deve seguire le proprie modalità di apprendimento. E’ dunque un ragazzo che, come tutti, dovrà trovare la propria strada nella vita. Il problema vero è che dagli anni Novanta, a oggi, la situazione è notevolmente cambiata; il lavoro svolto sul territorio dall’associazione (fondata dal professor Giacomo Stella, psicologo e genitore di un ragazzo dislessico) è stato quello di far capire all’opinione pubblica cos’è un DSA, un disturbo specifico dell’apprendimento (dislessia, disortografia, discalculia etc.). Il problema è la scuola, che deve capire come aiutare questi ragazzi, anche perché, dal 2010, da quando c’è la legge 170 , con le linee guida uscite l’anno successivo, l’istituzione stessa sa come dovrebbe fare.
d - Quali sono i dati circa le persone dislessiche in Basilicata?
r - Abbiamo a disposizione i dati che ci ha fornito l’Ufficio scolastico regionale, col quale abbiamo un ottimo rapporto di collaborazione, soprattutto con la dottoressa Antonietta Moscato, che si occupa di disabilità e dislessia a livello regionale. Nell’anno scolastico 2023/2024, su una popolazione scolastica totale di 69.288 studenti, gli alunni certificati sono 2.801. Si tratta quindi di una percentuale del 4,04, che si avvicina alla media nazionale che è tra il 4 e il 5%. Si consideri, però, che nel passato avevamo dei dati molto bassi, perché le famiglie avevano magari paura di etichette, e c’era meno consapevolezza.
d - La Basilicata, storicamente, è stata la prima regione a dotarsi di una legge regionale sui DSA.
r - Sì, la legge 20 del 2007 (“Interventi in favore di soggetti affetti da dislessia e da altre difficoltà specifiche di apprendimento” - ndr).
d - Mi diceva a microfoni spenti, però, che i finanziamenti sono fermi.
r - Sì.
d - Cosa prevede questa legge?
r - Questa legge è intervenuta nei primi anni grazie al finanziamento di cui era dotata (se non sbaglio 100mila euro). E’ stato quindi possibile fare degli interventi a livello di aziende sanitarie (Potenza e Matera), che addirittura erano sfornite di computer, programmi, testistica aggiornata. Poi, per tre anni, ci furono (perlomeno con l’ASP), degli screening “non medici”, tramite dei dettati che vennero somministrati ai bambini di classi scelte in tutta la provincia di Potenza. Successivamente ci fu una grande collaborazione tra Asp, Ufficio scolastico, insegnanti, con delle logopediste che intervenivano nelle scuole a supporto di quei bambini che avevano manifestato delle difficoltà. A fine anno scolastico veniva poi somministrato un ulteriore dettato, per verificare quanto quegli interventi avessero apportato dei benefici, e risultò che il numero dei bimbi in difficoltà era notevolmente diminuito. Per cui, soltanto in riferimento ai bambini che mostravano ancora delle difficoltà, si suggeriva alle famiglie di portarli a diagnosi. Queste, a loro volta, non certificano una malattia, ma escludono la presenza di altro genere di difficoltà, visive o auditive, il che porta a concludere che il bambino è dislessico.
d - Ora tutto questo è fermo ?
r - Sì, questo screening non è stato più ripetuto, la legge non è stata più finanziata. Dopo si è andati avanti, per molti anni, grazie al capitolo inserito, a favore dei ragazzi dislessici, nell’ “Aiuto allo studio” (acquisto di strumentazione, computer e altri software, come la sintesi vocale).
d - La vostra attività quindi è rivolta anche a far ri-finanziare questa legge.
r - Il nostro intervento, riferito alla politica e sopratutto alla Regione, è affinché si diminuiscano i tempi di attesa, per la diagnosi e per la riabilitazione logopedica. Le liste sono praticamente bloccate da tre/quattro anni. Se una famiglia potentina fa richiesta di una prima visita, rischia di averla tra un anno. E questo, per il bambino, che dovrà lavorare senza poter avere degli strumenti, comporta un anno di scuola perso.
d - Prima diceva che in passato, nei genitori stessi, c’era meno consapevolezza. Oggi la situazione è cambiata?
r - Con tutto il lavoro svolto dal 2002, da quando abbiamo inaugurato la sezione di Potenza, ormai se ne sa tanto in materia, a meno che uno preferisca non interrogarsi sulle difficoltà scolastiche del figlio. La scuola ha fatto passi da gigante; la sanità, a livello di professionisti, ormai sa distinguere un ragazzo che ha difficoltà, da un altro che ha differenti problematiche. Il problema è la situazione in Italia, che è notevolmente peggiorata, a seguito della legge nazionale 170/2010 (“Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico” - ndr). A prescindere dagli insegnanti capaci, che sempre ci sono e ci saranno, l’adozione dei PDP, Piani Didattici Personalizzati (che, attenzione, non sono i Piani Educativi Individuali della legge 104), non funziona dappertutto, e ci sono istituti in cui questi PDP vengono fatti uguali per tutti, in stile fotocopia.
d - E’ una legge sbagliata?
r - Non è la legge a essere sbagliata, ma invece di fare di più, come si dice, in realtà si fa meno. La famiglia spesso delega troppo alla scuola, non collaborando e non intervenendo, e viceversa. Il problema è questo. In presenza di una scuola che attiva il PDP, lo fa firmare alla famiglia, e poi non lo applica, se dietro non c’è una famiglia attenta (che magari si lamenta che le interrogazioni programmate non vengano effettivamente svolte), diventa un problema. Le famiglie, molto spesso, ci contattano a fine anno scolastico, quando ormai è chiaro che il figlio verrà bocciato. Collaborare con la scuola non significa soltanto andarsi a lamentare verbalmente, o ricordarsi di un’associazione soltanto quando il ragazzino viene bocciato o porterà dei debiti scolastici. Bisogna invece far comprendere alla scuola che ciò che viene messo per iscritto deve essere attuato: un PDP, che viene stilato entro i primi tre mesi dell’anno scolastico, può inoltre essere rivisto, se non dà i suoi frutti.
d - Riassumendo, oggi cosa chiedete alla politica?
r - Alla politica regionale chiediamo che si intervenga sui tempi di attesa e che magari si rifinanzi la legge 20, per dare una mano ai ragazzi. Questa legge, inoltre, può intervenire nei bandi regionali; devono rendersi conto che nei bandi per le assunzioni deve essere inserito anche un ragazzo dislessico, e questo purtroppo, non viene mai fatto.
- Scritto da Redazione
- Giovedì, 23 Gennaio 2025 17:04
di Rosa Santarsiero
Presso la nuova sala conferenze dell'ispettorato territoriale del lavoro di Potenza e Matera, sede di Potenza, è stato siglato un importante protocollo d'intesa tra la Consigliera regionale di Parità della Regione Basilicata: l'avvocata Ivana Enrica Pipponzi e lo stesso Ispettorato del lavoro rappresentato dal suo direttore: il dottor Michele Lorusso. L'obiettivo del prezioso documento attiene alla tutela e alla salvaguardia della parità di genere in ambito lavorativo.
Si tratta di un percorso di collaborazione, quello tra gli uffici della Consigliera di Parità e dell'Ispettorato territoriale del lavoro, iniziato anni addietro, precisamente nel 2017, e che pian piano sta producendo risultati significativi. L'accordo illustrato in occasione di una accorsata conferenza stampa presenta al suo interno una significativa novità: l'inclusione dei due presidenti dell'Ordine dei consulenti del lavoro di Potenza e Matera, rispettivamente il dottor Mario Spagnuolo e il dottor Sergio Raffaele Sasaniello, proprio in qualità di elementi di maggiore prossimità rispetto alle piccole, medie e grandi aziende che operano sul territorio.
Consigliera Pipponzi. Il protocollo d'intesa sulla parità di genere in ambito lavorativo è un appuntamento che si ripete, una collaborazione fruttuosa per le tante donne, madri lavoratrici e non solo. Che tipo di bilancio si può tracciare rispetto a questa intensa collaborazione?
Si tratta di un protocollo che muove certamente in continuità rispetto a quello stilato nel 2017 con lo stesso Ispettorato, tuttavia questa volta abbiamo annoverato anche i consulenti del lavoro, così come è già stato fatto in ambito nazionale dalle medesime figure istituzionali coinvolte. È fondamentale che tutte le autorità preposte al contrasto di ogni forma di discriminazione in ambito lavorativo si uniscano e collaborino in maniera sinergica, ciò non solo per un mero scambio di informazioni, ma anche per una più ampia diffusione di buone pratiche. La promozione della certificazione della parità di genere nelle aziende e il Welfare aziendale sono solo alcuni dei tanti esempi sui quali fondare una linea d'azione a favore di una parità salariale retributiva, al sostegno della maternità o riguardo la conciliazione dei tempi di cura e tempi di lavoro. Ci saranno, pertanto e ciò vale sia per l'ufficio che rappresento sia per l'Ispettorato- delle attività di controllo e vigilanza sulle aziende alle quali è affidato il compito di redigere un rapporto biennale sulla situazione del personale e, soprattutto, nei confronti delle stesse attività che si certificheranno. Bisognerà che tali realtà produttive facciano molta attenzione a mantenere i parametri richiesti e che non incorrano in discriminazioni di genere nei confronti dei propri dipendenti. Entrambi gli uffici vigileranno e avranno il compito di produrre segnalazioni al Ministero del Lavoro, con eventuali revoche della medesima certificazione nei casi più gravi. Il divario di genere in merito all'occupazione nella nostra regione è pari a circa il 36%. Negli ultimi mesi è aumentata l'occupazione femminile, è vero, ma è sempre ben al di sotto degli standard europei. Certo il cammino è ancora lungo, ma è anche grazie a queste misure che possiamo sostenerne l'evoluzione.
Direttore Lorusso, quali sono le novità introdotte dal protocollo?
Oltre alla consolidata presenza della Consigliera regionale di Parità, Pipponzi, è doveroso per me citare anche la cosiddetta presenza “sociale” di coloro che ogni giorno si interfacciano e dialogano con i datori di lavoro e i lavoratori, vale a dire i consulenti del lavoro rappresentati qui dai due presidenti di Potenza e Matera. È chiaro che gli anni di collaborazione con gli uffici della Consigliera di parità indicano che tanto è già stato fatto sì, ma che molto altro resta da scardinare all'interno della società. L'impegno dell'Ispettorato, pertanto, riguarda la piena tutela della donna lavoratrice: a parità di lavoro e mansioni si richiede altrettanta parità di salario.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 18 Gennaio 2025 07:16
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di Walter De Stradis
Dopo l’intitolazione del reparto di Endoscopia Digestiva tenutosi nelle settimane scorse al Crob Rionero, un altro grande evento, questa volta nel capoluogo, celebrerà la figura, la memoria e il messaggio di un medico come il dottor Orazio Ignomirelli, noto gastroenterologo lucano, scomparso nell’ottobre scorso, dopo aver dedicato tutto se stesso alla cura dei pazienti oncologici. L’evento si terrà, il 25 gennaio prossimo, presso il Due Torri di Potenza e vedrà la partecipazione dell’Orchestra della Magna Grecia e del cantautore Francesco Sarcina (Le Vibrazioni).
Il concerto, nelle intenzioni degli organizzatori (patrocinato, tra gli altri, da Croce Rossa e Ant), servirà a sensibilizzare gli Enti preposti e l’opinione pubblica sulla necessità di migliorare le condizioni di cura e supporto ai malati oncologici in difficoltà. I fondi raccolti durante il concerto saranno destinati a fornire supporto economico per le spese farmaceutiche non coperte da rimborsi per pazienti oncologici e cronici in difficoltà.
Per saperne di più, abbiamo incontrato la signora Antonella Altomonte, insegnante, moglie del compianto Orazio Ignomirelli, e Pasquale Di Tolla, ideatore dell’evento, nonché segretario SILP – CGIL (Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia ).
D: Signora Antonella, la prematura scomparsa di suo marito è stata accompagnata da una grossa eco, sia umana sia mediatica (giornali e social). Si aspettava questa sorta di afflato popolare?
R: Sinceramente no, anche se sapevo che Orazio era apprezzato da tutti, tanto nell’ambiente professionale quanto in quello cittadino e non solo. Molto del calore che lui trasmetteva ai pazienti, gli è stato restituito largamente, nei giorni della sua dipartita. Orazio era sempre molto attento alle tematiche delle persone più fragili, più deboli -sia economicamente sia in termini di salute- e questo, come dicevo, gli è stato restituito nel corso di questi mesi trascorsi dalla sua scomparsa.
D: Nel corso della sua malattia, suo marito ha avuto ulteriore modo di interrogarsi e riflettere sulle difficoltà e problematiche in cui possono incappare i pazienti oncologici, specie quelli meno abbienti. Uno degli scopi del Memorial, infatti, è anche quello di rimarcare che un decorso di patologia oncologica necessita anche dell’utilizzo di farmaci, non tutti coperti dal SSN.
R: Sì, infatti. Negli ultimi mesi della sua malattia, nonostante Orazio avesse i suoi problemi, si preoccupava di scrivere su Facebook un post -che ormai conoscono quasi tutti- in cui diceva, appunto, che i farmaci che ogni giorno bisognava comprare erano tanti, per poter curare tutti quei fastidi che, purtroppo, comportava l’uso dei farmaci chemioterapici, ma non solo. E quindi, come dicevamo, si rendeva conto di tutte le difficoltà che potevano avere i pazienti, soprattutto quelli meno abbienti: la stessa ambulanza, che lui utilizzava spesso per andare in ospedale, aveva un costo, il che lo portava a chiedersi come avrebbe potuto accedere a certi mezzi chi aveva difficoltà ad arrivare a fine mese.
D: Più in generale, anche attraverso la sua carriera di medico, c’era un messaggio che suo marito ha inteso lanciare?
R: In quel post lui scrisse: «Siate illuminati». E si rivolgeva soprattutto alla sanità lucana, ai responsabili, a tutti quelli che lavorano negli ospedali. Lo stesso invito, a essere illuminati e ad avere un cuore grande (per i bisognosi e i malati in genere), Orazio l’ha scritto in una lettera che ha lasciato allo staff del suo reparto al Crob.
D: Il frequente ricorso al termine “illuminati” presupponeva che ci fosse qualche aspetto un po’ più in ombra nella sanità lucana?
R: Sicuramente lui si poneva il problema, proprio perché la sanità non è “illuminata” nei confronti delle fasce più deboli e in difficoltà.
D: A suo marito, alcuni giorni fa, è stato intitolato il reparto di Endoscopia Digestiva del Crob.
R: Sì, il suo reparto. La famiglia ha apprezzato tantissimo, davvero. E anche questo gesto non ce lo aspettavamo, anche se lui aveva lavorato lì per tanti anni; non era però un atto dovuto, ma sono state apprezzate la sua professionalità, umanità e sensibilità. E noi ne siamo grati.
D: Un esempio che un giovane medico, o anche non giovane, deve trarre dalla testimonianza di vita di suo marito?
R: In primis la disponibilità all’ascolto. Purtroppo l’ho sperimentato anch’io, quando ne ho avuto bisogno: i medici non sempre guardano in faccia il paziente. E infatti una signora in cura da Orazio ci ha inviato un messaggio in cui lo definiva “Un medico che guardava in faccia i pazienti e li ascoltava fino all’ultimo”. Ecco, questo è l’esempio che i medici dovrebbero far proprio.
D: Pasquale Di Tolla, quando e come nasce l’idea di questo primo memorial?
R: Nasce proprio dal famoso post che il dottor Ignomirelli pubblicò sul suo profilo Facebook, due/tre mesi prima la sua scomparsa. Come diceva Antonella, lanciava questo grido di allarme. In realtà, poiché Orazio -come me- era molto impegnato nel mondo della beneficenza e della solidarietà, con lui c’eravamo già incontrati, ponendo le basi per organizzare un concerto e raccogliere dei fondi. Poi, per varie ragioni, non si riuscì, ma a seguito della scomparsa di Orazio maturò l’idea di organizzare il Memorial, onde rilanciare il suo messaggio e ricordare la sua figura di grande professionista, stimato in tutta la comunità lucana anche e sopratutto come uomo. Abbiamo dunque condiviso questa idea con la famiglia, che è stata ben felice di organizzare insieme a noi questo memorial.
D: Ci sarà dunque questo spettacolo, al Due Torri qui a Potenza, con una “line-up” di eccezione, Francesco Sarcina (vocalist de Le Vibrazioni), accompagnato dall’Orchestra Sinfonica della Magna Grecia. Come ha “arruolato” Sarcina per la causa?
R: Lui è molto legato al nostro territorio, in quanto a maggio aveva preparato qui a Potenza il tour estivo, tenendovi anche il “concerto zero”. Più volte era stato in Basilicata per iniziative benefiche, per le quali è molto sensibile, e quindi si è reso subito disponibile. Ho avuto modo di vedere questo concerto a Matera lo scorso anno, ed è stato bellissimo, e lo ha riproposto anche al “Petruzzelli” di Bari, facendo sold-out. E’ qualcosa di spettacolare: l’Orchestra, diretta dal maestro Nigro, è composta di ben cinquantuno elementi. Insomma, è un cast eccezionale.
D: Il ricavato a chi andrà?
R: Abbiamo scelto la Croce Rossa, proprio perché il suo motto è “Aiuta”. E loro lo fanno, venendo in soccorso alle famiglie in difficoltà economica; pertanto gestiranno i fondi rivenienti non solo dalla vendita dei biglietti, ma anche dalle donazioni che i cittadini vorranno fare (allo scopo è stato aperto un conto corrente dedicato). L’obiettivo è aiutare le famiglie bisognose, in cui c’è un malato oncologico, e che hanno bisogno di cure mediche e di visite specialistiche.
D: In effetti in Basilicata, come in altre parti d’Italia, c’è anche la questione delle liste d’attesa.
R: Noi speriamo che il 25, la classe politica venga (sono stati regolarmente invitati) per portarci una buona notizia. Quest’anno ce ne siamo occupati noi, ma ne prossimi anni magari sarà proprio la Regione Basilicata a mettere a disposizione alcuni fondi per chi ne ha bisogno.
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- Giovedì, 16 Gennaio 2025 11:29
“Il riequilibrio della rappresentanza di genere nei Consigli e nelle giunte rappresenta una tematica stringente e di grande attualità, soprattutto alla luce del divario esistente in politica che limita la presenza delle donne nei processi decisionali”.
Lo dichiara la consigliera regionale di parità, Ivana Pipponzi, prendendo spunto da una nota dell’ex consigliera e assessore alla Regione Basilicata, Donatella Merra, in merito al ricorso elettorale.
Riferendosi alla pronuncia del Tar sugli esiti del voto, Pipponzi evidenzia che “come noto, la Consigliera di parità è un organo istituzionale deputato, quale Authority regionale, a sovrintendere alla esatta applicazione della normativa sulla parità di genere con specifico riferimento al mondo lavorativo e a promuovere la parità mediante azioni positive. Nel caso della mancata elezione di Donatella Merra, che lamenta l’assenza di supporto da parte degli organismi di parità, la disapplicazione del principio di parità di genere nasce da una norma di legge, che, come tale, è suscettibile di essere modificata dagli organi legislativi o dalla Corte costituzionale in un giudizio teso a dichiararne l’illegittimità, qualora la questione sia sollevata in un’aula di Tribunale”.
“Tanto premesso – continua Pipponzi – nella vicenda che riguarda Donatella Merra non vi erano, e non vi sono, i presupposti per un intervento dell’Ufficio che rappresento, in quanto il Tar di Basilicata, con sentenza, ha applicato correttamente il dettato normativo in vigore dal 2018 contenuto nella legge regionale numero 20, che, a parità di voti, fa valere l’ordine di collocazione nella lista di appartenenza. Tale norma non è stata mai stata oggetto di rilievi costituzionali né del governo in sede di promulgazione né delle Autorità giudiziarie.
Ritengo sia utile, però, sollevare il dibattito politico sull’applicazione del principio della rappresentanza di genere riferita alla legge regionale in questione, che se, come auspichiamo dovesse essere modificata troverebbe applicazione ex nunc”.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 14 Dicembre 2024 07:21
di Walter De Stradis
Se Don Matteo e Padre Brown utilizzano la bicicletta, Don Salvatore Sabia si sposta in groppa a una Ducati fiammante; il che contribuisce a portare quella “ventata” di aria nuova, anche nella pastorale, che il trentacinquenne vice-parroco (assieme a don Luigi Sarli, parroco della chiesa di Santa Maria della Speranza) si propone di portare nella vita di uno dei rioni più problematici della Città di Potenza: Bucaletto.
d - Lei ha trentacinque anni, si è approcciato tardi alla vita ecclesiastica, o il suo è stato un iter normale?
Nel periodo odierno direi che i tempi sono nella media. Moltissimi ragazzi entrano in seminario dopo aver concluso almeno un ciclo di studi, una laurea triennale insomma. Io mi sono dapprima laureato qui a Potenza in Economia aziendale e poi ho deciso di intraprendere il Seminario iniziando l’anno propedeutico, il cosiddetto anno zero. Il percorso prevede sei anni, più un anno di preparazione in cui si fanno tre giorni in seminario e tre fuori per capire se quella può essere davvero la tua vita. Sono diventato diacono nel 2021 e, nel giorno del mio trentaduesimo compleanno, sono stato assegnato a Bucaletto.
d - Qual è stato il momento in cui ha capito che avrebbe fatto il sacerdote?
Frequentavo la parrocchia di San Giovanni Bosco come un’agenzia, facevo le mie preghiere, frequentavo i ragazzi e le ragazze dell’oratorio come un qualsiasi giovane della mia età, ma poi andavo via. Durante un pellegrinaggio a Medjugorje è iniziato un processo che mi ha fatto vedere la chiesa come una casa e una comunità nelle quali avvertivo il bisogno fisico di starci, dando il mio contributo. Le opzioni erano due: la vita matrimoniale e quella sacerdotale, ma non le ho mai vissute come un aut aut. Dopo la laurea nel 2012 mi sono preso un anno di tempo insieme a un prete per capire se poteva essere realmente quella la mia strada.
d - Lei è un giovane, spigliato e alla mano, un sacerdote che gira in Ducati. È un nuovo approccio che vuole infondere al sacerdozio?
Non possiamo essere diversi da ciò che siamo, altrimenti la gente fiuta subito l’ipocrisia. C’è poi, di contro, un’altra necessità che attiene a una certa freschezza negli approcci da parte della chiesa. L’esperienza che sto facendo a Bucaletto mi dimostra quotidianamente che i ragazzi non ripugnano la parrocchia come istituzione, tutt’altro. Come dice il Papa, bisogna uscire dalle sacrestie, poi spetta a ciascuno di noi incarnare questo ruolo per come è.
d - Lei ha ricevuto in questi giorni l’annoso compito di Direttore della pastorale giovanile diocesana. Come fare, dunque, per consentire ai giovani di avvicinarsi nuovamente alla chiesa?
Sicuramente con un approccio sereno e progressivo. Magari coinvolgendoli con la squadra di calcio, che quest’anno è partita anche a Bucaletto, o con il centro estivo. Bisogna consentire ai più giovani di assaporare le cose, un po’ come il metodo preventivo di Don Bosco. Io non sono diventato Salesiano, ma certamente Don Bosco è stato il mio maestro.
d - C’è un sacerdote locale al quale si ispira, o che più semplicemente è stato il suo maestro?
Tanti salesiani, ma se dovessi fare un solo nome le segnalerei quello di Don Bruno Bertolazzi, il sacerdote di centodue anni morto l’anno scorso di Covid, che è stato tra l’altro anche il primo a spingermi ad approfondire la mia vocazione. Un uomo di grande cultura.
d - Bucaletto è un quartiere problematico, a volte visto addirittura come una sorta di “parente scomodo”, che Potenza fino ad ora non è riuscita ad accudire come merita.
Le difficoltà sono state molteplici. Io sono il vice-parroco insieme a Don Luigi che, invece, è il parroco titolare e con il quale ho un ottimo rapporto, siamo come dei fratelli. Ebbene lui gestisce i compiti ordinari della parrocchia, mentre io mi occupo di interviste o di tutto ciò che attiene alla promozione della parrocchia tramite i social o nei rapporti con le istituzioni. Le difficoltà sono state molto attenuate dal fatto di essere in due. Siamo stati anche fortunati perché arrivati nel momento in cui la chiesa doveva essere aperta, beneficiando anche dei fondi dell’8/1000 con i quali è stata finanziata l’intera costruzione. Abbiamo riscontrato ovviamente diverse situazioni limite, pensi che il primo anno hanno fatto esplodere il Presepe in chiesa, cosa che oggi non accade più. Tanti ragazzi lasciano la scuola, non lavorano e non sono avvezzi al lavoro, anche perché le famiglie non li avviano a questa filosofia di vita.
d -...Insomma, è vero quel che alcuni dicono, ovvero che a Bucaletto esiste anche un certo “adagiarsi” alle situazioni?
Il problema di Bucaletto lo definirai civile, c’è chi si impegna per uscire da una situazione di difficoltà, ma anche persone che si abbandonano e sono completamente abbandonate a loro stesse, al punto che la Chiesa si sostituisce allo Stato. Come dico sempre anche a Don Luigi, noi siamo tornati a fare ciò che la chiesa faceva nel 1600: abbiamo avviato percorsi di educazione, socialità e attività di scolarizzazione e formazione. Sul lato politico, be’, direi che siamo stati spesso un bacino di voti. Abbiamo poi avuto situazioni particolari: il Sindaco Telesca (che ringrazio per la sua presenza e vicinanza al quartiere, come nel caso specifico dell’asilo, incontrando le mamme e mettendoci la faccia), durante la campagna elettorale promossa tramite i social, diffuse un post in cui annunciò che avrebbe incontrato i potenziali elettori alla parrocchia Santa Maria della Speranza di Bucaletto, ma senza averlo concordato con noi, anche perché siamo assolutamente super partes, come precisammo sui social. Un equivoco che si risolse. Altri candidati consiglieri invece si sono però recati di persona nelle case dei cittadini facendo delle promesse, tant’è che con Don Luigi abbiamo fatto un cartellone scrivendo “Cristo ci ha liberati per la libertà. Siate liberi!”. Parlavano addirittura di presunti fondi per aggiustare i bagni nei prefabbricati.
d - Insomma la vecchia storia, Bucaletto come patria delle promesse pre-elettorali.
La colpa è sempre a 50 e 50. La politica ha accatastato dei prefabbricati come case popolari. Negli anni, un terreno che era della chiesa è stato dato dapprima in comodato d’uso al comune, che poi lo ha “confiscato” dando a sua volta alla medesima chiesa una miseria, al punto che questa ha dovuto ricomprarselo per l’edificazione della parrocchia. Insomma le istituzioni su Bucaletto hanno fatto carne da macello. L’altro 50% delle colpe lo attribuisco alle persone che si sono lamentate poco. I poveri non sono solo poveri nella tasca, ma a volte anche nella testa, per la totale rassegnazione.
d - Come vede Bucaletto da qui a dieci anni?
Stiamo facendo un buon lavoro, anche perché la comunità risponde positivamente. Non possiamo fare tutto da soli o con l’apporto dei privati, come la Pittini che da tre anni a questa parte dona fondi per l’organizzazione del centro estivo e che ringrazio di cuore. Sarà sempre un tappare dei buchi se si continua così. La proposta del commissario straordinario, partita da noi e promossa dall’assessore Giuzio, è sicuramente la scelta giusta. Chiaro è che la Chiesa certo non può costruire case, abbiamo fatto già tutto ciò che era in nostro potere
d - Tra poco è Natale, che regalo si aspetta dai cittadini di Bucaletto?
Già l’ho ricevuto, perché cittadini vivono la comunità e non si sentono più isolati. Abbiamo costituito la prima comunità energetica e solidale tramite un finanziamento di Legambiente e grazie ad una donazione di Edison energia. Ci sono stati donati dei pannelli fotovoltaici che distribuiranno 55Kw di energia. I preti possono fare tutto, ma mai da soli.
d - Una canzone che la rappresenta?
“Un giorno così” degli 883.
d - E quella che rappresenta Bucaletto?
Una sola canzone non potrebbe rappresentare le tante anime di Bucaletto.
L’intervista si conclude con la benedizione del pranzo, da parte di Don Salvatore, che recita (testuale): «Gesù, thank you!»
- Scritto da Redazione
- Sabato, 07 Dicembre 2024 07:07
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di Walter De Stradis
Il lettore più assiduo di “Controsenso” si sarà reso conto che, da qualche tempo, la nostra testata cerca di prestare maggiore attenzione alle cosiddette “aree interne” della Basilicata, di cui fanno parte, secondo il sito dell’Alsia, ben 126 comuni su 131. Questa settimana c’ è pertanto sembrato interessante affrontare l’argomento “minoranze linguistiche”, con particolare riferimento alle comunità Arbëreshë presenti in regione.
Di questo, e di molto altro, abbiamo parlato col professor Donato Michele Mazzeo (originario di Barile), fondatore della storica rivista “Basilicata Arbëreshë”, giornalista, saggista, coordinatore di vari progetti inter-culturali sulla tutela delle minoranze linguistiche, già membro dell’esecutivo della Commissione Immigrazione della Regione Basilicata e supervisore di lingue straniere S.S.I.S all’Unibas.
d - “Cristo è nato a Barile” è un suo libro di qualche anno fa, incentrato su quella parte di riprese del film “Il Vangelo Secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, che furono girate nel suo paese. Anche lei fu tra le comparse, come diversi giovani dell’epoca?
r - Non proprio. I figuranti erano contadini, barbieri, professori, piccoli artigiani. Il merito di Pasolini fu proprio questo: avvalersi di un materiale umano fatto di persone semplici, diseredate, magari non portate per la recitazione. Io avevo 16 anni e con gli amici del vicinato ci incuriosimmo molto per questo piccolo terremoto culturale, che si stava verificando in un piccolo paese senza un albergo, senza un ristorante. C’erano solo le cantine...
d - Quanto tempo si fermò Pasolini a Barile?
r - Due settimane, ma quello che mi preme dire davvero è che i ciak di quel film sono INIZIATI proprio a Barile, con gli episodi de La Natività, La Strage degli Innocenti, l’Adorazione dei Re Magi. Le foto presenti nel mio libro, gentilmente concesse da alcuni fotografi dell’epoca, rientrano nel progetto internazionale “Barile come Betlemme” che, come “Basilicata Arbëreshë”, avviamo col compianto Rocco Brancati, quando questi lavorava in Rai.
d - Quindi lei non fu una comparsa, bensì un osservatore.
r - Un osservatore molto interessato. Ricordo tutti questi cavalli presi in prestito dalle masserie di Piano del Conte di Avigliano, oppure a Rapolla; così come Pasolini che armeggiava con la sua macchina da presa; oltre a tanti episodi stupendi, raccontati nel testo.
d - Come veniva percepito in paese Pasolini, che in quell’Italia dei primi anni Sessanta era un intellettuale costantemente al centro di polemiche, tanto per le sue posizioni politiche quanto per la sua omosessualità dichiarata?
r - Incuteva in effetti un pochino di soggezione, specialmente nei bambini e nei ragazzi, e direi anche nella chiesa: c’era un sacerdote che aveva addirittura convinto alcune famiglie ad astenersi dal partecipare al film. Tant’è vero che uno dei piccoli che doveva interpretare il Bambinello Gesù fu dissuaso dal farlo, anche da parte di alcuni sacerdoti dell’epoca. Sì, c’era quel tipo di pregiudizio, oltre alla novità in sé per sé. Ma Pasolini “incoraggiava” la gente, cioè anche economicamente, pur di poter svolgere questa sua “missione cinematografica”. Com’è noto, il regista era stato anche in Palestina, alla ricerca di locations, ma non aveva trovato la grotta giusta perché secondo lui c’era già troppa modernità. La trovò dunque a Barile, dove avviò il film. A questo proposito, vorrei dire che a Matera c’è questa...come chiamarla..., non direi “prosopopea”, bensì “leadership”, in virtù della quale si dice sempre sulla stampa che quel film è stato “in gran parte” girato lì. Non è proprio così: il ciak fu avviato a Barile e il lungometraggio in parte fu girato anche a Castel Lagopesole (Avigliano), a Gioia del Colle e a Castel del Monte (in Puglia) nonché a Crotone (in Calabria) e nella Valle dell’Etna (in Sicilia). Insomma, abbiate pazienza! Date a Cesare quel che è di Cesare!
d - Veniamo alle cosiddette minoranze linguistiche della Basilicata. Chiariamo, innanzitutto, che quando si parla di lingua “Arbëreshë”, non si fa riferimento a quella parlata attualmente in Albania...
r -...Direttore, è proprio la domanda che mi auguravo. Si sta tentando di “barattare” la lingua dell’Albania...con la quale, in un certo senso, c’è un qualche riferimento; tuttavia qui stiamo parlando della lingua dell’ “Albanese d’Italia”, che fu importata dai profughi nel 1500/600. A ciò seguirono tutte le polemiche del vescovo di Melfi di quei tempi, Diodato Scaglia, che era contro il Rito Bizantino. Attualmente, così come la professoressa Del Puente e l’Unibas, noi si sta lavorando alla salvaguardia dei codici linguistici Arbëreshë, ovvero quelli di San Costantino Albanese, San Paolo Albanese, Ginestra, Barile, Maschito e non ultimo Brindisi di Montagna, che fino al 1904 fu una comunità Arbëreshë.
d - Si può fare un calcolo, anche approssimativo, circa le persone e le comunità “alloglotte”, che parlano dunque un’altra lingua, presenti in Basilicata?
r - Un discorso statistico si può fare fino a un certo punto. D’altronde, c’è un problema più generale: in Italia si parla solo l’Italiano? O magari “un certo” Italiano? Ci sono di mezzo i dialetti romanzi con le loro influenze, e poi, la lingua “domina”, ovvero l’Anglo-Americano. Pertanto, il codice della lingua italiana va difeso, al pari dei dialetti o delle lingue minoritarie. A suo tempo, il già ministro della Pubblica Istruzione, professore universitario di filosofia del linguaggio, Tullio De Mauro, ci incoraggiò a continuare in questo senso, con una serie di seminari tenutisi a Roma e a Frascati. Il codice linguistico degli Albanesi d’Italia è una storia bellissima, comprensiva del Rito Bizantino, che in Basilicata si celebra a San Costantino e a San Paolo Albanese, che a loro volta fanno parte dell’“eparchia” di Lungro (e infatti il vescovo bizantino viene chiamato “eparca”). In Italia ci sono altre due eparchie: a Piana degli Albanesi (in Sicilia) e a Grottaferrata (Roma).
d - In un comune Arbëreshë della Calabria, Santa Sofia d’Epiro, anni fa mi dissero che loro parlavano questa lingua “tutti i giorni”. Accade lo stesso nelle comunità lucane?
r - In gran parte sì, ma c’è sempre l’alea percentuale degli influssi dei dialetti circostanti e della lingua anglo-americana.
d - Quali sono i rapporti con le istituzioni? Come comunità Arbëreshë vi sentite adeguatamente rappresentati?
r - Beh, sì. Esiste una legge nazionale, la 482/99, che tutela le minoranze linguistiche: oltre a quella Arbëreshë, c’è la Franco-Provenzale, la Croata, la Grica (nel Salento), il Tedesco-Germanico etc. Ultimamente, inoltre, c’è stata una notizia bellissima: la Rai avvierà -speriamo presto- una serie di notiziari informativi, letti nelle lingue minoritarie.
d - Quindi, siete contenti.
r - Siamo contenti, sì, ma occorre sempre tutelare la lingua, cercando di far aprire biblioteche specialistiche; da noi ce ne sono solo due, albanofone, una a San Paolo Albanese (gestita dal Comune), e un’altra a Barile, il Centro documentazione “Basilicata Arbëreshë”, gestita dalla nostra associazione. Quest’ultima ha diversi collegamenti con realtà consimili in altre regioni d’Italia.
d - Lei ha portato qui al pranzo due libri: il primo, di cui abbiamo già discusso, si chiama “Cristo è nato a Barile”; il secondo (proveniente dalla vostra biblioteca sociale di Rionero, “Voce del Vulture”), scritto da Antonio Capuano, si intitola “Cristo di Eboli”. Insomma, Cristo è di Barile o di Eboli?
r - (Sorride) No, il secondo fa riferimento...
d -...a Carlo Levi, ovviamente.
r - Sì, e al suo Cristo che, fermandosi a Eboli, non ha portato lo sviluppo da noi. Il testo di Capuano narra dell’amicizia di Levi con l’editore Francesco Esposito. L’altro libro, come dicevamo prima, si riferisce invece al film di Pasolini, film che è “nato”, appunto, a Barile.
d - La mia era una provocazione: Cristo è ancora fermo alla stazione di Eboli?
r - Per certi aspetti sì. Le popolazioni, le comunità non si stanno ancora rendendo conto che tutte le nostre ricchezze, materiali e immateriali, se ne stanno andando “a quel paese”. Anche oltre Eboli, dunque. Stiamo parlando di acqua, di Stellantis...
d -...di petrolio.
r - Già. E quando ho saputo della scomparsa di Giuseppe Di Bello, mi sono dispiaciuto davvero molto.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 30 Novembre 2024 07:41
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di Walter De Stradis
Gli scorci lucani dei suoi quadri li immagina di notte, ma di giorno, spesso e volentieri, recita poesie, per pubblici ristretti o più ampi (come all’ultima edizione del Festival di Potenza), spaziando in un repertorio che va da Eduardo a Scotellaro. Michele Ascoli, esponente di spicco di una “scuola potentina” di pittura che forse, in sé e per sé, non esiste, inaugurerà presto una delle sue (molto rare) mostre alla Torre Guevara, ciò che rimane di un vecchio quartiere vittima, parole sue, dei potentini “incivili”.
d - Come giustifica la sua esistenza?
r - Forse delle volte non la giustifico affatto.
d - Un’esistenza ingiustificata.
r - Ingiustificata, infatti. Le racconto un aneddoto. Molti anni fa mi recai a Palermo insieme ad altri colleghi dirigenti dell’Enel; il summit lo conduceva una donna preparatissima, che a un certo punto mi chiese: “Se potesse ottenere una grazia dal Divino, quale sarebbe?”. Io risposi: “Essere più intelligente”. Il mio vicino di tavolo, un collega di Napoli, invece se ne uscì così: “Io chiederei ‘na cosa ‘e soldi”.
d - Stavo per iniziare affermando che lei è un noto esponente della “scuola potentina”...ma, innanzitutto, esiste una “scuola potentina”?
r - Che io sappia, no. Sono esistiti, per quanto mi riguarda, personaggi di un certo rilievo e tra questi mi piace ricordare, più che Masini (che più volte mi ha dato dei, vaghi, suggerimenti), il professor Giuseppe Leone, che mi è stato vicino sin da ragazzo. Era il marito di Maria Padula, a mio avviso fra i tre pittori più bravi della Basilicata. Aggiungo con piacere anche Rocco Falciano, mio amico di infanzia, e Italo Squitieri, che per me è il numero uno. Gli altri? Rispetto tutti, ma non mi affascinano.
d - Diceva che è stato un dirigente Enel.
r - Sì, ho avuto questa fortuna di fare carriera.
d - Ma la pittura le dava la scossa...
r - La pittura mi ha suggerito di andare quanto prima in pensione.
d - Lei è un potentino verace. Di quale quartiere?
r - Santa Lucia, attenzione, non di quell’altro (Vico Addone) che gli incivili hanno distrutto. Infatti, quella che tutti chiamano Torre Guevara, io la chiamo Torre Degli Incivili.
d - Perchè?
r - Lì c’era il castello, e me lo ricordo vagamente...ero bambino. Ne è rimasto un mignolo. La Lucania è patria di castelli, uno più bello dell’altro (Moliterno, Venosa, Lagopesole, Brienza), e gli incivili di Potenza il loro castello l’hanno distrutto.
d - Siamo autolesionisti?
r - Autolesionisti, sì. Riconosciamo sempre il valore degli altri.
d - Molti dei suoi quadri sono scorci lucani: paesi, rocche, dirupi...
r -...la maggior parte sono paesaggi inventati da me, di notte.
d -...ma in questo catalogo che mi ha dato non vedo acqua.
r - Qualche volta l’ho anche fatta. Oggi dipingerei marine tranquille, ma con rigurgiti di acqua molto violenti, mi piace quell’acqua bianca che arriva e sbatte sulla sabbia.
d - Adesso però c’è solo sabbia.
r - (Ride) Adesso sì.
d - La crisi idrica che quadro dipinge della nostra regione?
r - Un quadro di incompetenza e, può darsi, di scarsezza di finanziamenti. Può darsi. Ma l’incapacità c’è senz’altro. Da bambino si diceva che, dopo quella di Vienna, l’acqua di Potenza era la migliore d’Europa. Oggi non ce n’è a sufficienza neanche per lavarsi le mani, o quasi.
d - Lei da piccolo viveva a Santa Lucia: oggi cosa è rimasto di quella “Potenza dei vicoli”, delle “cundane”? E’ sparito quello spirito o in qualche modo rimane?
r - Rimane. Non a caso, la mostra che inaugurerò il 14 dicembre alla Torre Guevara è intitolata “Le pietre che non vedete”. A Rione Santa Lucia sono rimaste infatti un po’ di quelle pietre che la gente aveva messo una sull’altra, con le mani bagnate di sudore, e avvolte da stracci. Ho voluto ridare vita a delle cose su cui la gente, nel vederle, oggi s’interroga e dice: “Cosa sono quelle robe vecchie?”.
d - E nello spirito del potentino è rimasto qualcosa di quel tempo?
r - Credo di no. Sono rare le persone che ripensano al passato, che è comunque il preambolo del futuro.
d - Il potentino di oggi è più chiuso in se stesso?
r - No, è più “sparpagliato”. E’ più “diluito”. Specialmente i giovani: sanno tutto, ma capiscono poco.
d - Fra poco inaugura una mostra, ma lei è noto per non farne molte.
r - E’ verissimo. Non amo esibirmi. Le ho mai chiesta un’intervista, io? Allo stesso modo, non ho mai chiamato i politici. C’è chi ha scritto su di me, bontà sua...non per merito mio.
d - Nel suo catalogo c’è un elenco di testimonianze, anche illustri, ed è molto nutrito...
r - Sì, a cominciare da Claudio Angelini, direttore Rai a New York...
d -...già, cosa ritiene li abbia colpiti? C’è un minimo comune denominatore fra questi commenti?
r - Forse sì, una sorta di intesa tacita tra questi critici. Tant’è che spesso li ho invitati a trovarmi dei difetti!
d - Qual è il suo peggior pregio?
r - In pittura? Evitare che i toni si spostino, sbilanciando il quadro. Un’altra cosa: non dipingendo più col pennello, bensì con la spatola, riesco a infondere minore o maggiore massa.
d - Il suo miglior difetto?
r - Non saper valorizzare le mie cose. Di centinaia e centinaia di quadri che ho fatto, ne salvo una ventina. Sono il peggior critico di me stesso, detto in parole povere.
d - Uno di quelli che ha scritto di lei è Lucio Tufano, il teorico dello “sconfittorialismo”, il cantore di quei lucani di talento, che -pur avendo un peso- non emergono a livello nazionale...
r - Lucio è un uomo eccezionale.
d - Tufano descrive dunque una Potenza molto “esterofila” e che rivaluta i suoi concittadini solo qualora siano risultati “vincenti” fuori regione.
r - Sono pienamente d’accordo con lui. E’ una conferma della sua preparazione. Ciò che lui descrive è qualcosa di secolare, è stato sempre così. Lei immagini Sinisgalli a Montemurro...
d - A proposito, lei è molto attivo anche in poesia, ma non come autore, bensì come “fine dicitore”.
r - Sono un “ladro dei poeti”. Mia madre, che non aveva studiato, mi diceva sempre: “Michele, leggimi una poesia”. Magari non capiva tutte le parole, ma si emozionava lo stesso.
d - La poesia è anche suono?
r - Proprio così. Lo diceva Borges.
d - Mettiamo che tra cent’anni (in questa città che abbiamo detto non essere sempre “riconoscente”), scoprano una targa a suo nome. Cosa le piacerebbe ci fosse scritto?
r - «Michele Ascoli, un modesto pittore».