Cari Contro-Lettori,
quella del terremotato è una scossa che ti rimane dentro. Un malessere decennale che meriterebbe uno studio e una classificazione specifici, al pari degli aspetti tellurici del discorso. Che in quel 23 novembre del 1980 tu fossi un bambino, come chi scrive, o un adulto, non fa molta differenza. E’ da quel preciso momento che in questa regione ci si sente tutti ancora un po' più in credito col destino. Ricordo che a scuola, alla minima vibrazione non prevista, si finiva in un attimo tutti con la testa sotto il banco, e che sollievo quando subito dopo si scopriva che i finestroni di vetro avevano solo assorbito e ritrasmesso la piccola e innocua “onda d’urto” di un qualche grosso camion che si era avviato dabbasso. Ma quella maledetta parola che veniva sempre urlata da qualcuno in certe occasioni, in un attimo era capace di proiettare dentro le teste di tutti, insegnanti e bidelli compresi, un intero e lungo “disaster movie” all’americana, ma molto italiano: gente che fugge, edifici distrutti, roulotte, campeggi di fortuna, militari, tende e quant’altro. Poi, alcuni anno dopo, nel 1990, i vetri delle nostre scuole furono nuovamente scossi, ma il terremoto questa volta era vero. Passano i decenni, ma non servono a lenire un disagio fattosi ormai ancestrale, addirittura in qualche modo ereditario, se è vero che quella bambina al tg -in occasione della scossa di qualche giorno fa- dice candidamente all’inviato che ci siamo cacati sotto. E così, le parole “epicentro”, “magnitudo”, “indicazioni delle autorità” e quant’altro ri-entrano di prepotenza nel nostro vocabolario minuto, colloquiale e istituzionale, e ci sentiamo nuovamente tutti un po’ più lucani, sfortunati e soli, se non accomunati dall’evento infausto ai cugini della Campania. Quel senso di precarietà, tuttavia, “a bocce ferme”, si attenuerà come al solito (senza mai dileguarsi), lasciandoci però in balìa di ben altri terremoti, ambientali, culturali, politici e sociali, che – a ben vedere- non riescono ancora a trasmetterci però quell' “onda d’urto” utile a reagire come sarebbe necessario. Ma questa è un’altra storia. Torneremo a parlarne, come sempre, dalla prossima settimana.
Oggi, più che mai, tenetevi forti (e forte).
Walter De Stradis